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Concorso letterario
SEGUI LA LANTERNA
seconda edizione

Il tema della nostra seconda edizione è IL LIBRO: quest’anno i racconti ricevuti sono stati numerosi e di ottimo livello. La qualità dei testi ha reso la selezione tutt’altro che semplice: valutare e scegliere è stato un lavoro impegnativo, proprio per il valore delle opere pervenute. A tutti i partecipanti va il nostro sincero ringraziamento per aver partecipato con entusiasmo e sensibilità.  

Dopo un’attenta e approfondita valutazione, la Giuria ha deliberato la seguente graduatoria finale:

1° classificato – Andrea Porcu- "La pescatrice di libri"
2° classificata – Maria Claudia Palomba- "La rivoluzione gentile"
3° classificata – Serenella Galdiolo- "Finestrelle"

Premio speciale della giuria: Riccardo Abati

I tre vincitori e l’autore segnalato saliranno sul palco della manifestazione letteraria “Veneto in Copertina” il 26 aprile 2026 a Dolo (VE) per la premiazione ufficiale.

Pubblichiamo di seguito i tre racconti vincitori.

LA PESCATRICE DI LIBRI- Andrea Porcu
Katia aveva letto molti libri. Troppi, forse. Così tanti che, quel giorno, mentre procedeva spedita con la bicicletta lungo le stradine della cittadina, portava con sé la speranza di trovare qualcosa di diverso, di particolare: certo ogni opera è unica, ma quando ne leggi troppe iniziano ad assomigliarsi tutte.
La bicicletta sobbalzava sul selciato irregolare mentre proseguiva in direzione del porto senza alcuna fatica, sospinta dalla pendenza naturale. L’attrezzatura da pesca vibrava nella cesta della bici, minacciando di cadere ad ogni colpo troppo forte.
Katia sollevò lo sguardo verso il cielo. La giornata non era delle migliori: un timido sole spuntava tra grosse nuvole grigie che minacciavano pioggia, e con quella sarebbe svanita la speranza di prendere qualcosa. Lei confidava di riuscirci, poiché da anni aveva appreso i segreti del mare: il vento, leggero e mite, le dava la certezza di avere almeno un paio d’ore di tempo.
Scese rapida gli scalini che separavano il suo quartiere dalla zona del porto, attraversando le strette vie che serpeggiavano tra le vecchie case; sbucò infine a Piazza Marina, uno dei suoi posti preferiti. Da un lato c’era la casa del tè, dall’altro il piccolo parco con l’inseparabile chiosco della cioccolata calda. Superò anche quel luogo, attraversò altre due strade fino a raggiungere, finalmente, la costa.
Il mare era placido e si intravedevano le ombre dei libri muoversi sotto la superficie. Poco oltre, Enrico si era sistemato sul molo: era un abile pescatore, con un buon occhio per le correnti letterarie. Katia gli si avvicinò, salutandolo con un cenno: i libri amavano il silenzio. Lo superò di qualche metro, poi posò a terra l’attrezzatura da pesca. Aprì la borsa, da cui recuperò la scatola delle lenze: scelse un filo di cotone bianco, di quelli usati nelle rilegature. Poi frugò nella busta dei segnalibri. Li realizzava lei, con la tecnica insegnatale da
suo padre: utilizzava vecchie pagine di libri ormai sul punto di marcire, recuperate sul bagnasciuga dopo i giorni di tempesta; poi li decorava con inchiostri colorati, simili a quelli usati dagli Scrittori per le illustrazioni. Ne prese uno con un disegno astratto, sui toni del verde e del viola. Lo legò alla lenza e si spostò verso la riva. Prima di iniziare sussurrò la consueta preghiera.
“Vi ringrazio, Scrittori, per ciò di cui vorrete farmi dono.”
A quel punto lanciò, sistemò il galleggiante e sedette sulla riva. I libri amavano chi non aveva fretta e dedicava loro il giusto tempo. Suo padre le aveva insegnato la misura dell’attesa: poca, e le prede non avrebbero avuto il tempo di familiarizzare con le esche. Troppa, e avrebbero perso interesse o fiutato il pericolo. Si voltò a guardare Enrico: era coricato sullo sdraio, la canna fissata al sostegno e la testa sepolta nel cappello da pescatore. Katia sapeva che si trattava di uno stratagemma: gliel’aveva visto fare molte
volte, quando cercava un’opera in particolare.  La lenza vibrò, sorprendendola: un libro aveva già abboccato. Lo individuò sotto la superficie: era un manoscritto semplice, brossurato, con una sovra copertina dai toni verdi e rossi che rifletteva la luce del timido sole. Katia tirò la canna, avvolgendo un poco il mulinello, così da avvicinarlo a riva. Era un fantasy. Con poche abili manovre completò l’operazione, catturando il romanzo con il retino. Ne individuò subito il titolo: “I due draghi”. Non esattamente quello che cercava. Lasciò l’attrezzatura e si avvicinò al compagno di pesca, tenendo la preda salda tra le mani; parlò piano, con tono misurato.
“Ehi Enry, ti interessa un fantasy?”

“Ah grazie Katy, lascia stare: sto facendo la posta a un libro noir. Una bellezza: rilegato, copertina rigida nera e argento. Fammi un fischio se lo vedi da queste parti, ti va?”
Katia annuì, si spostò di qualche passo e restituì la sua preda al mare; scomparì in profondità con pochi rapidi guizzi. Tornò alla sua postazione. Frugò tra le esche finché non trovò un vecchio cartoncino: era uno dei primi che aveva realizzato, con l’immagine stilizzata di una giovane donna che pescava in riva al mare. Decise di usare quello.
Guardò con una certa rassegnazione un banco di libri che sfogliazzava nei paraggi: narrativa contemporanea, perlopiù spirituali e biografici. Le copertine promettevano di cambiarti l’esistenza, ma Katia ne aveva letti abbastanza per sapere che non funzionava così. Almeno, non per lei: da tempo sognava qualcosa che potesse dare una svolta alla sua vita in quel paesino, ma ancora non aveva
trovato nulla di ciò. Iniziava a dubitare di poterlo trovare in mare.
Un movimento catturò la sua attenzione: un libro scuro, e rapido. Ne scorse l’ombra sotto la superficie; pensò subito che potesse trattarsi della preda di Enrico, ma non c’era traccia di color argento. Katia manovrò la canna con destrezza, facendo danzare l’esca al ritmo delle onde; la preda si avvicinò con diffidenza, tastando il sapore del segnalibro a distanza di sicurezza. Lei restò immobile, paziente.
Il libro guizzava con energia, pieno di vita: era giovane, sicuro. Le dimensioni erano modeste, niente a che vedere con quei grandi tomi farciti di nozioni e giri di parole. Era troppo veloce per poterne leggerne il titolo: Katia si augurò non fosse una di quelle opere esistenzialiste.
Poi, finalmente, abboccò. Lei iniziò a lottare per vincerne la forza. Non poteva tirare troppo o la lenza si sarebbe spezzata, ma lasciare troppa libertà alla preda poteva significare perderla. Proseguì in quella danza mettendo tutta sé stessa, adattandosi al ritmo del libro e anticipandone i movimenti. La preda, astuta, cercava riparo tra gli scogli aguzzi per spezzare lo spago. Ma Katia non gli dava tregua: manovrava la canna con precisione ogni volta che il libro rallentava per recuperare le forze. Centimetro dopo centimetro lo avvicinò a riva. Era un’impresa interminabile; sentiva le braccia indolenzite ma non osava concedersi un respiro, né staccare gli occhi dal bersaglio. Infine, madida di sudore, allungò il retino e lo catturò. Si affrettò a liberarlo dalla rete per osservarne la copertina: era completamente nera, senza titolo.
Strano, pensò. Tutti i libri hanno un nome. Controllò meglio: nulla. Forse era un testo stravagante, pensò, di quelli che passano talmente tanto tempo a sfogliazzare in giro che rischiano di perdere parti di sé, come l’etichetta. Katia lo aprì, trovando la pagina della dedica; leggeva sempre quel piccolo omaggio, le dava un’idea dello stile dell’autore.
“A te, che leggi queste righe.”
Tutto qui. Voltò una pagina ma anche qui nessuna traccia del nome dell’opera: iniziava il primo capitolo, ed era scritto tutto a mano, in corsivo. Sfogliò il libro e trovò ovunque la stessa grafia. Senza dubbio un romanzo stravagante, pensò Katia. Tornò a leggerne le prime righe.
“C’era una volta una ragazza che amava sognare. E più di questo amava un’altra cosa: pescare libri.”
Katia richiuse il manoscritto, ora privo di ogni guizzo di vita: la sua energia era rivolta all’interno, in attesa di riversarsi sul suo lettore. Lo sistemò nella borsa. Un impulso la spinse a lanciare di nuovo la lenza, ma il cielo decise altrimenti: con un brontolìo profondo annunciò la pioggia. Si voltò: anche Enrico stava riponendo le sue cose, fissando sconsolato la borsa vuota. Katia recuperò l’attrezzatura e si diresse rapida sulla via del ritorno. Entrò nella casa da tè mentre già cadevano le prime gocce; ordinò una tisana allo zenzero e trovò un angolo adatto dove sedersi. Poi, senza distrazioni, si immerse completamente nel manoscritto. Iniziò a leggere a fatica, cercando di decifrare quella grafia incostante; poco a poco quella scrittura diventò familiare e la lettura le riuscì più fluida.
Tre ore più tardi sollevò lo sguardo dal libro con il cuore colmo di emozioni contrastanti: tenerezza e inquietudine, speranza e delusione. Sentiva di aver vissuto la storia di quella ragazza piena di sogni e di libri, che in fondo non era poi così diversa da lei; solo alcuni dettagli tradivano un’epoca diversa, forse di venti o trent’anni prima. Era proprio il libro che cercava, unico e speciale. Ma era finito troppo presto. Assaporò ancora per un momento quella sensazione agrodolce, poi voltò l’ultima pagina. E lì, sulla terza di copertina, trovò altre parole: “Amelie Delarouge, via Vecchiacava 3, Altoscoglio”.
Una scossa le attraversò il corpo, dai piedi alla testa. Il cuore iniziò a batterle forte: chi mai firmava un libro prima di ributtarlo nel mare? Una lettrice? Ma come aveva fatto a scrivere su quella carta, impermeabile a qualsiasi cosa, tranne che al magico inchiostro? Era l’autrice, forse? Ma gli Scrittori abitano sull’Isola... oppure no?
Katia pagò il conto con mani tremanti, ripose il libro nella borsa e si lanciò fuori dal locale. Scendeva una pioggia fitta e spessa, ma non se ne curò. Cercò la cabina telefonica del paese, dove consultò rapidamente l’elenco telefonico, saltando alle ultime pagine per trovare gli stradari della zona. Individuò l’indirizzo della donna misteriosa: avrebbe potuto raggiungerlo in bicicletta in meno di un’ora. Tornò a casa con il cuore palpitante dall’emozione e la mente confusa, incapace di mettere ordine nei pensieri.

Il giorno seguente, Katia aveva la testa libera da ogni dubbio, sostituito da una determinazione fresca e impetuosa. La brezza vivace le sfiorava la schiena, un’esortazione silenziosa a proseguire nel suo intento. Di fronte a lei la porta della casa in via Vecchiacava 3, un edificio grigio nascosto in parte da un’alta siepe. Si fece coraggio e bussò.
Non ottenne risposta. Stava per bussare di nuovo quando notò un cancelletto laterale, che interrompeva la folta bordatura. Katia si avvicinò; sospinto dal vento il cancello si aprì in quel momento, porgendole un invito ad entrare. Si fece avanti, poi si fermò meravigliata.
Davanti a sé un grande specchio d’acqua rifletteva i colori del cielo, la superficie infranta dai guizzi vivaci di giovani libri. I cipressi proiettavano ombre gentili, cullati dalla brezza. Sulla riva individuò una donna, il volto celato da un largo cappello; poggiava la schiena sul tronco di un grande albero rigoglioso.
“È permesso?” Chiese Katia ad alta voce. L’altra si voltò, sollevò il cappello e, con un sorriso, le fece cenno di avvicinarsi.
“Mi scusi. Cerco, uhm, Amelie Delarouge.”
“Sono io. Vieni avanti!”
Era una signora elegante, non più giovane ma con una bellezza che non era sfiorita con gli anni. Il sorriso le illuminava il volto e i suoi occhi erano pieni di vita.

“Io... ho trovato questo indirizzo, nel libro.” Glielo mostrò. Il viso della donna si ravvivò di sincero interesse.
“Ti è piaciuto?”
“Molto! Speravo di scoprire chi fosse l’autrice.”
“Ti ringrazio. Quanto all’autrice, eccomi qua.”
“Sei una degli... Scrittori?”
Amelie indicò il piccolo lago.
“Coltivo da me i libri vuoti: perlopiù romanzi-che-saranno. Li riempio a mano, pagina dopo pagina. È faticoso, ma lo faccio volentieri. Sai, a volte un manoscritto fa il prezioso e non si lascia pescare per un po’, così finisco per scriverne due insieme!”
Lei non era certa di capire. “Ma gli Scrittori non vivono sull’Isola?”
“Ah, certo! L’ho visitata, molto tempo fa. Ho imparato a mescere gli ingredienti per l’inchiostro e a fabbricare queste penne.” La donna gliene porse una; Katia la prese, esitante, intimorita dal significato che portava con sé quel piccolo oggetto.
Katia aggrottò la fronte. “Sei andata sull’Isola delle Storie?”
“Non è lontana. Basta prepararsi bene e impegnarsi a fondo: le correnti sono forti, ma niente di impossibile. Serve un buon istinto, quello sì.”
La ragazza restò a bocca aperta. Ritornò in sé quando realizzò di non essersi presentata a dovere.
“Perdonami. Io, uhm, sono Katia.”
“È un piacere conoscerti.”
“Quindi... sei una Scrittrice?”
Amelie rise. “Sì, direi proprio di sì. Tutti possiamo essere scrittori, sai?”
Katia la squadrò, confusa. Per un poco l’unico suono attorno a loro fu lo sfogliazzare delle creature del lago.
“Puoi...” la ragazza esitò. Smaniava di leggere un altro libro speciale: quale posto migliore della terra degli Scrittori? Proseguì con rinnovata determinazione. “Puoi spiegarmi come raggiungere l’Isola delle Storie?”
“Ti posso accompagnare, se è ciò che vuoi.” Amelie osservò la giovane per un momento, poi parlò con dolcezza. “Sai, si parla degli Scrittori come di figure irraggiungibili: eppure, sono semplicemente persone che hanno avuto il coraggio di iniziare.”
“Iniziare cosa?”
“A raccontare. Non è facile, è vero. Tutti credono che serva qualcosa di speciale, un talento innato o un trucco segreto; in realtà scrivere è come pescare: serve pazienza, allenamento e un po’ di coraggio.”
Katia rifletté sulle parole di Amelie. Era davvero un buon libro, quello che cercava? O dentro di sé desiderava qualcosa di diverso, un vero cambio di prospettiva?

“Dici che potrei riuscirci anch’io?”
“Io penso che esistano due tipi di persone al mondo: chi insegue i sogni, e chi si adopera per realizzarne di propri. La vera domanda è: tu, chi vuoi essere?”
Katia tornò ad ammirare il laghetto. Poteva raggiungere l’Isola, incontrare gli Scrittori; aveva la possibilità di scoprire dove vivevano, che tipi fossero. Avrebbe potuto leggere in anteprima le loro opere! Oppure... Quando si voltò verso Amelie, aveva preso la sua decisione. Ma l’altra già la conosceva: le stava porgendo il retino da pesca. La ragazza lo afferrò, barattandolo con un sorriso.
“E se non ci riesco?” Strinse il manico tra le mani.
“Anche questo fa parte del viaggio. Ma ogni tentativo ti porterà più vicino alle tue storie.”
Katia annuì, spostandosi a riva.
“E adesso?” Chiese, la voce solida e priva di tremore.
Amelie le indicò il laghetto.
“Raccogli un racconto-che-sarà. Li riconosci subito, sono quelli più piccoli. Poi scrivi qualcosa, qualsiasi cosa: parla di te, magari. Inizia. Il modo migliore per imparare a scrivere, è farlo.”
Katia soppesò il retino, le onde del lago si agitavano allo stesso ritmo del suo cuore.
“Quando sarà pronto, lo getteremo in mare.” Continuò la scrittrice. “Prima o poi qualcuno lo leggerà. Uno degli Scrittori, magari.”
“Anche loro leggono libri?”
“I più bravi lo fanno.”
La ragazza si spostò di qualche passo, scegliendo il punto adatto per pescare. Dedicò ancora del tempo per studiare l’acqua e dare il giusto ritmo al suo respiro. Colpì l’acqua col retino e mancò la preda di una buona misura. Riprovò, più volte, ogni volta riducendo la distanza. Quando finalmente pescò il racconto-che-sarà lo portò a riva: vide il proprio entusiasmo riflesso negli occhi di Amelie.
Poggiò la schiena contro il grande cipresso, cercando forza e ispirazione dalla mentore. Afferrò la penna, una presa che le sembrava naturale tra le dita, come se quell’oggetto stesse aspettando proprio lei.
Con un lungo respiro, iniziò a scrivere.
Katia aveva letto molti libri. Troppi, forse. Così tanti che, quel giorno, mentre procedeva spedita con la bicicletta lungo le stradine della cittadina, portava con sé la speranza di trovare qualcosa di diverso...

LA RIVOLUZIONE GENTILE -Maria Claudia Palomba

Prefazione 

Dolo, anno 2149.  

Le rive un tempo rigogliose e ammirate del fiume Brenta sono ora freddi argini barricati dietro pannelli di metallo intelligente che trasmettono pubblicità mutevoli e messaggi di propaganda.  Il Brenta non racconta più storie d’acqua e riflessi. Sputa immagini incessanti: sorrisi artificiali,  slogan vuoti, promesse di efficienza e felicità su misura.  

Il silenzio che avvolge questi paesaggi asettici è assordante: orizzonti glaciali di un mondo  governato dall’automazione.  

La natura ha perso i suoi colori vividi: dove un tempo lussureggiava il verde degli alberi, ora  regna un grigiore pervasivo. I fiori, un tempo variopinti, sono stati sostituiti da repliche  sintetiche che non appassiscono mai.  

Gli uccelli, ormai rari, non cantano più: i suoni naturali sono considerati rumore e quasi sempre  filtrati via.  

Il cielo, un tempo ceruleo e immenso, è ora un velo opaco illuminato da luci al neon che  simulano un’alternanza giorno/notte senza vita.  

In questo scenario, la società ha abbandonato la carta.  

Libri, giornali, biglietti d’auguri sono ricordi di un’epoca che il tempo ha cancellato, soffocata  dalla digitalizzazione forzata.  

I negozi sono spariti, sostituiti da file ordinate di distributori automatici, freddi e silenziosi,  illuminati da LED bianchi.  

Non serve più parlare con nessuno: un gesto, un’impronta, uno sguardo sblocca la merce  perfetta, confezionata, sterile. 

I bar, i locali, i ristoranti? Sono adesso solo capsule d’intrattenimento, stanze asettiche con  pareti trasparenti, luci azzurrine, poltrone ergonomiche e visori per viaggiare, socializzare senza  corpo, amare senza anima.  

Fuori, la socialità è morta. Nessuno si guarda davvero negli occhi. 

Anche la scuola è diventata un flusso di dati personalizzati, inviati direttamente al chip neurale.  Le famiglie condividono lo stesso tetto, ma non più il tempo né la presenza.  Ognuno è immerso nella propria esperienza, nel suo intrattenimento su misura, nella sua  intelligenza artificiale di compagnia.  

Tutto sembra perfetto: non manca nulla, tutto è ottimizzato, personalizzato, efficiente.  Eppure, l’umanità si è dissolta. Senza lentezza, senza imperfezione, senza lo stupore del reale.  

A Dolo, si ha tutto. Tranne qualcuno con cui condividere davvero.

 

Capitolo 1  

In questa era resa glaciale dal dominio cibernetico, in un borgo un tempo pittoresco, ora avvolto  nella foschia e desolato, vive un ragazzino di nome Noah. 

Noah è sveglio, curioso, quasi un’anima fuori tempo.  

In un’epoca fatta di automatismi e routine digitali, lui fruga dappertutto, smonta, osserva, cerca  di capire cosa si cela “dentro” le cose. Ama scoprire i segreti nascosti dietro le macchine  perfette, quelle automazioni che governano la vita intorno a lui. Come un ragazzino di un altro  secolo, desidera qualcosa che vada oltre le fredde capsule quotidiane, un qualcosa che possa  nutrire davvero la sua anima inquieta. 

Un giorno, si ritrova a camminare lungo gli argini nascosti del fiume, quelli più lontani dal  centro, un angolo trascurato dal progresso, dove scorge qualcosa di quasi miracoloso: un gruppo  di oche che popolano l’acqua stagnante e torbida.  

È come un sogno.  

Scende i gradini di un raro pontile di legno, sopravvissuto al tempo e alle rivoluzioni urbane.  Il pontile scricchiola sotto i suoi piedi, gli occhi sono spalancati per la meraviglia, il respiro si  ferma mentre le osserva. Le sente starnazzare: un suono così vero da spaventarlo e affascinarlo  allo stesso tempo. 

Si avvicina piano, passo dopo passo, con cautela.  

Una delle oche, fiera e impettita, cerca di intimidirlo: allunga il collo, spalanca le ali e lancia  un grido rauco. Noah tentenna, inciampa, scivola sui sassi, ma non gli importa: è rapito da quel  movimento, da quel caos di vita.  

L’andirivieni degli uccelli lo incanta, lo tiene lì sospeso tra paura e meraviglia.

Quel contrasto violento tra il grido stridulo delle oche e il silenzio opprimente che lo circonda  lo lascia frastornato… 

Si guarda intorno, smarrito, finché il suo sguardo cade su qualcosa di nascosto: un pezzo di  metallo che richiama la sua attenzione, una scatola di latta arrugginita, dimenticata sotto la diga.  I bordi sono corrosi dal tempo, la vernice screpolata e sbiadita e un’etichetta logora lascia  intravedere lettere appena leggibili. 

E in quel dettaglio, particolare e fuori posto, Noah sente già il profumo di un mistero che  accende la sua inesauribile curiosità. 

Noah si china per raccogliere quella scatola di latta arrugginita, la mano trema leggermente, un  po’ per paura, un po’ per l’emozione, mentre la solleva dal terreno fangoso. Quel piccolo  oggetto sembra un frammento di un tempo ormai svanito, un collegamento tangibile con il  passato, con le emozioni e le vite di chi c’era prima. Con occhi avidi la scruta, cercando di  indovinare cosa possa nascondere. 

L’impulso è irrefrenabile: vuole capire, scavare più a fondo. Stringendo la scatola al petto,  nascosta sotto il foulard che lo protegge dal freddo, Noah si alza e si incammina verso casa, la  mente piena di domande e possibilità.  

“Cosa ci sarà mai in questa scatola?” sussurra tra sé, mentre il vento gli sferza il viso.  

Il cuore batte sempre più forte. L’emozione di scoprire qualcosa che spezzi la monotonia lo  elettrizza! Una banale e arrugginita scatola di latta può essere la porta verso l’ignoto.  In un mondo desolato quell’oggetto così affascinante diventa un tesoro prezioso, un residuo  della presenza umana che sembra ormai svanita.  

Capitolo 2  

Noah porta a casa la scatola di latta e si chiude nella sua stanza. Prova e riprova con gli attrezzi  gelosamente conservati nel suo baule, finché finalmente riesce a scalfire il coperchio.  

Si apre. Meraviglia! All’interno c’è un libro. 

“Un libro... davvero?” mormora, incredulo. Sulla copertina, in caratteri eleganti e delicati,  spicca il titolo: IL PICCOLO PRINCIPE. 

Ne aveva sentito parlare, ma mai aveva visto un libro vero. 

Lo prende tra le mani come fosse un oggetto mistico, lo annusa.  

“No, non è touch!” pensa tra sé e sé provando a pigiare con le dita sulla vecchia copertina. 

Anzi, le pagine si muovono quasi da sole e, preso dal timore di aver rotto quel misterioso  oggetto, Noah lascia cadere il libro sulla scrivania. Poi si siede, rallentando il respiro e la fretta.  Si lascia incantare da quella carta antica, con pagine ingiallite e il profumo di storie lontane. Le immagini di quel bambino col foulard giallo lo catturano. Le dita sfiorano l’inchiostro e la  storia sembra penetrargli sottopelle. 

Una, due, tre pagine... Ogni foglio rivela una meraviglia ancor più intensa della precedente.  

“È come se questo libro vivesse,” pensa, mentre il suo cuore si apre a un mondo nuovo in cui  le emozioni sembrano reali.  

Con famelica curiosità divora pagina dopo pagina, il tempo sembra dilatarsi.  Non un flusso di dati immesso ma un momento autentico, vissuto e conquistato con gli occhi,  con la mente, con il lento sfogliare delle pagine. 

Il racconto del piccolo principe sul suo asteroide gli mostra che l’universo nasconde bellezze  invisibili e che il valore di ciò che scopri non si misura con l’efficienza o la perfezione, ma con  la cura e l’amore che ci metti dentro. 

Mentre il pallido bagliore artificiale si spegne dietro i grigi edifici, Noah stringe la scatola al  petto, pronto a custodire il suo piccolo segreto, pronto a lasciare che quel frammento di passato  lo conduca verso ciò che nessuna capsula potrà mai offrirgli: il meraviglioso mistero  dell’esistenza reale, fatto di emozioni, di stupore e di piccoli gesti che danno senso al mondo. 

Capitolo 3  

Le luci della stanza vacillano, ma Noah non si accorge del tempo che scorre. Le parole e le  immagini lo portano su deserti di stelle e fiori parlanti.  

Quell’esperienza reale, tattile, fisica, è un’esperienza nuova e, a sua sorpresa, leggere quelle  pagine fa volare la sua fantasia, la sua fervida immaginazione ricrea ciò che legge e prende  forma nella sua testa. Una cosa nuova e totalmente diversa dalle esperienze “impacchettate” e  digitali del suo tempo: un ritrovamento che gli ha mostrato la differenza tra ricevere  passivamente una risposta e avere il coraggio di porsi domande. 

Stanco, affascinato e ammaliato dalle avventure del Piccolo Principe, Noah si addormenta con  il libro ancora aperto tra le mani. Le storie appena lette diventano visioni nella sua mente. 

I sogni si confondono con la realtà adesso. Nel dormiveglia, l’emozione di quell’esperienza  insolita lo agita, mentre un leggero sbattere di porta lo sveglia.  

Apre gli occhi, confuso.  

Si alza lentamente e nota qualcosa sul pavimento: un foglio piegato. 

Corre ad aprire la porta socchiusa ma non c’è nessuno.  

Quel foglio sarà scivolato dal libro o lasciato lì da qualcuno? È un sogno o è realtà? Noah raccoglie con cura il foglio e legge il messaggio scritto a mano, semplice e misterioso:  "Chi cerca, trova. Ma ciò che scoprirai cambierà chi sei."  

Un brivido gli corre lungo la schiena. “Che giornata piena di enigmi!” pensa tra sé e capisce che quel libro non è solo una raccolta di storie, ma un invito a un viaggio più grande. Non basta  scoprire per sé e custodire: la vera forza nasce dal condividere, perché solo attraverso il dono  reciproco si ricostruiscono legami, si accendono speranze e si risveglia l’umanità perduta. 

Noah sente che la sua scoperta può diventare la scintilla da cui può nascere un cambiamento  autentico, un invito a chiunque sia disposto ad ascoltare, ad unirsi a questo nuovo cammino. 

“Devo condividere questa meraviglia” sussurra, lasciandosi cullare lentamente dal sonno. 

Capitolo 4  

Diventa difficile riposare quando è l’emozione del nuovo ad agitare i pensieri. Così, mentre le  luci artificiali simulano un’alba incerta, Noah si rialza per riprendere la lettura proprio dove  l’aveva lasciata. Le pagine sembrano sussurrare, invitandolo a vedere il mondo con occhi nuovi.  

Il racconto di quei viaggi lo cattura: la sua mente vivace si perde nelle avventure del piccolo  principe chiedendosi quale significato profondo ogni scoperta possa avere anche nella sua vita  reale. Addomesticare, prendersi cura, innaffiare, essere responsabili di qualcosa, condividere,  stelle che ridono… parole che sembrano semplici, ma nascondono riflessioni profonde.  

E le riflessioni, si sa, richiedono confronti: “Non basta custodirlo,” pensa, “devo farlo vivere,  parlarne con qualcuno.” 

Il ricordo del deserto e del pilota lo hanno colpito: senza condivisione non c’è salvezza, c’è solo  solitudine. Questo pensiero cresce, diventa un bisogno impellente. 

Così, all’alba del nuovo giorno, Noah si reca nella piazza di Dolo. Il libro stretto tra le mani.  La città è immersa in un silenzio meccanico, l’aria è fredda e le persone camminano con lo  sguardo basso, immerse nei loro mondi digitali.  

Supera i distributori di caffè automatizzati che emettono un freddo sibilo e, con un nodo in gola  e un pizzico di timore, Noah inizia a leggere ad alta voce.  

All’inizio la sua voce è incerta, spezzata dall’emozione, ma lentamente qualcuno si ferma. Gli  occhi, ora non più evitanti, si illuminano di curiosità.  

La voce di Noah, allora, prende forza, diventa più sicura e legge: “e così ho vissuto solo, senza  nessuno con cui parlare veramente, fino a un’avaria sopra il deserto del Sahara”.  “Ascoltate qui,” dice a dei ragazzini curiosi mostrando loro il libro che tiene orgogliosamente  stretto tra le mani, “questa potremmo definirla la nostra avaria! Il momento in cui si spezza la  solitudine”. 

Le parole diventano semi di meraviglia, pronti a crescere negli occhi di chi ascolta.  Una donna si ferma, emozionata, con il viso segnato dal visore appena spento: “Non avevo mai  visto nulla di così vero, le tue parole evocano immagini così vive da sembrare reali!” Un bambino sorride e allunga timidamente la mano verso la copertina: “Wow! Quello è un libro vero!”  

Il gruppo cresce. La freddezza si scioglie in sorrisi, le storie raccontate diventano tempo  trascorso insieme. 

Noah capisce finalmente: la vita non è nelle capsule perfette, ma negli attimi condivisi.  Alcuni chiedono di poter leggere il libro a loro volta. 

Il libro così passa di mano in mano. Non è più solo una storia.  

Diventa una carezza in un mondo di schermi, un abbraccio di carta.  

Un ricordo vivo di ciò che ci rende umani: il desiderio di sentire insieme. Da quel libro nasce una piccola rivoluzione: non fatta di proteste, ma di parole lette ad alta  voce, di pagine che uniscono ciò che la tecnologia ha separato, di bambini che tornano a fare  domande e di adulti che hanno finalmente qualcosa da raccontare. 

Il libro ha acceso una scintilla: ha trasformato la curiosità in un gesto di umanità. 

Epilogo 

Un libro.  

Un oggetto dal passato  

che rompe le regole del presente  

e spalanca varchi di umanità nel futuro...  

La sera scende,  

portando con sé una promessa:  

ogni pagina è un piccolo seme di luce  da coltivare insieme.  

La magia del libro ricorda che la vita vera  non sta nel possedere,  

ma nel donare;  

non nel tacere,  

ma nel raccontare.  

Raccontare… 

affinché il deserto  

non torni ad inghiottire 

i fiori della meraviglia. 

E così, 

mentre il mondo corre, frenetico e cieco,  qualcuno si ferma.  

Ascolta.  

Scopre la meraviglia della condivisione:  di pagine, sorrisi, storie, sentimenti.  E allora sorride, emozionato:  

forse la bellezza non è nel libro stesso,  ma nel tempo che scegliamo di condividere,  nei gesti che restano nel cuore..

FINESTRELLE- Serenella Galdiolo 

Osservo la gente camminando tra gli scaffali di una grossa libreria in centro. L’atmosfera natalizia  poco mi coinvolge. Mi sento triste. Demenza frontotemporale: una locuzione che spiega il  comportamento bizzarro di mamma degli ultimi mesi. 

L’aria festosa e frizzante che si respira qui oggi mi ricorda solamente che il tempo passa troppo  velocemente e che la vita, questo grande dono, a volte è ingiusta. 

E’ stata sempre una donna attiva, caparbia, fantasiosa e soprattutto bellissima; ora è fragile, smunta,  a tratti allegra, altri angosciata, con lo sguardo di chi comprende il proprio destino e non trova pace. Ora la chiamo Mirella, non perché mi vergogni o mi commuova chiamarla mamma; voglio  ricordarle ogni singolo giorno chi è lei. Le ho spiegato che Mirella significa “meraviglia”.  Quando ci mettiamo in cucina, cospargo sul grande tavolo tutte le foto in bianco e nero di lei  ragazza, con i suoi maglioncini impreziositi da bottoni di madreperla, le gonne a ruota, le sue  adorate borsette di vernice e i capelli sbarazzini; voglio che lei si ricordi così, graziosa, sorridente e  felice. 

I suoi occhi brillavano, allora mamma era una giovane donna innamorata della vita, caparbia e  solare. “Lo sono anch’io caparbia mamma, forse più di te”, le dico. 

Devo trovare il modo di entrare nel suo mondo, a piccoli passi, farle riscoprire quello in cui ha già  vissuto, circondandola di forme, suoni e colori. Mamma non ricorda, non ci riesce, ma può  imparare. Io sarò il pittore davanti ad una tela bianca da riempire con pennellate leggere e colori  tenui che richiamino delicatezza e dolcezza, quello di cui i malati di demenza hanno bisogno. Mi avvio verso l’angolo in fondo a destra: libri per l’infanzia. Cerco piccole soluzioni per  coinvolgere la sua mente e riavvicinarla a me, non voglio arrendermi, farò come ci ha insegnato lei: “Si fa con quel che si ha”. Non posso aspettare condizioni migliori, nemmeno attendere che la paura  mi azzanni alla gola, la demenza non aspetta. 

Theodore Roosevelt diceva: “Fai quello che puoi, con quello che hai, nel posto in cui sei”. Io sono nel mondo delle illustrazioni, delle parole e della fantasia, posso fare molto. Con determinazione mi metto alla ricerca di qualcosa che le possa piacere, che scaturisca in lei un  ricordo, sarà un cammino giocoso, non voglio umiliarla perché non è in grado di contare oltre il  dieci o di leggere un trafiletto dal quotidiano di papà. 

Posso partire da qui, ricordare quali libri piacessero ai miei figli, che un po’ le assomigliano, e farne  una terapia spensierata, un momento di condivisione, di unione e di speranza. Prendo un libro cartonato sulle piante e sui fiori, un’esplosione di freschezza. Lo sfoglio seduta sul  pavimento della libreria, mi prendo del tempo. Adoro il sole che gira sulla pagina gialla, e quel  prato di tessuto morbido da toccare, le mele succose che escono dalle caselle, l’ape buffa che saluta  il contadino vestito di velluto… Magari riaffioreranno i pensieri di quando abitava con la nonna in  campagna, di quando saliva sugli alberi di nascosto per rubarne i frutti, o i suoi amati gerani rossi  sui balconi di casa… 

Eccone un altro sulla fattoria. Questo le piacerà; i personaggi si animano, ci sono tre maialini che  sbucano dal recinto non appena volti pagina, la gallina sopra il cesto che si apre e poi si chiude, la  nonna davanti al pentolone… 

Ora ho voglia di fare un tuffo nel passato, cerco una storia diversa, d’altri tempi, un volume tra  quelli usati, vissuti, magari con una dedica o un nome scritto in corsivo, che profumi di sincerità.

Mi balza all’occhio un bimbo con un enorme cappello da cowboy, al galoppo di un simpatico cavallo bianco: “Timmy il cavallino”. Questa buffa copertina è malconcia, le pagine sono grigiastre  e quasi completamente staccate, ma mi piace proprio per questo, mi piace da matti. Il tempo è volato, quasi non mi rendo conto che le commesse hanno già abbassato le luci in vista  della chiusura serale. Mi dirigo verso l’uscita, ora riesco a riflettere con più lucidità. Ho un’arma  per combattere l’oblio della demenza; non vincerò la guerra ma cercherò di sbarrargli la strada prima della resa finale. 

L’aria della sera profuma di neve; quanto avrei voglia che mamma la vedesse ancora, la toccasse, la  portasse alla bocca per assaporarne il gusto. La neve fatta di cotone che ricopre la fattoria non è la  stessa cosa, ma va bene così; se quel batuffolo appiccicato al cartone riuscirà a svegliarla dal suo  triste letargo sarà un giorno da ricordare. 

Voglio fermare questi momenti, renderli indissolubili, lo voglio fare anche per me, per ciò che è  stato e per ciò che sarà; scriverò un diario, magari diventerà un libro. Saranno pagine che parlano di  noi, di Mirella, quella fatina dai capelli d’argento avvolta nel suo caldo maglione rosa, del destino  di una madre che diventa figlia e di una figlia che diventa madre, di un’insegnante improvvisata e di  una scolaretta minuta e silenziosa.  

Mi rivolgo a te mamma nei miei pensieri più intimi; scorrono come l’acqua che si fa strada tra le  rocce senza fermarsi mai. Ho deciso di farlo al presente, quel tempo verbale che ci ricorda che la  vita è oggi, che l’attimo vissuto va assaporato, senza pensare troppo al domani.  Ogni giorno sarà unico, come lo è sempre stato dopotutto, peccato che non ce ne ricordiamo mai. 

(Dieci dicembre) 

Oggi non hai voglia di sorridermi, ti tremano le mani. Stai seduta composta, forse annoiata, a tratti  consapevole, a tratti disorientata. Mi siedo alla tua sinistra e ti porgo un enorme pacco regalo. Mi  aspetto che tu lo apra e gorgogli di felicità come fanno i bambini a Natale, ma non succede.  Osservi quell’involucro scintillante con aria sospetta; hai imparato a non fidarti di nessuno perché,  quando arrivi a capire il tuo stato di demenza, diventi sospettosa e ci temi. 

Sono fiduciosa; ho qualcosa di nuovo da proporti, diverso dal solito pongo appallottolato e delle  palline che lanci nella scatola di latta. 

Apro il pacco canticchiando, strappo la carta senza pensarci due volte e tu mi sgridi. Rido: “ Allora ti ricordi!”, esclamo felice. Lo facevi sempre, perché la carta regalo andava riciclata,  non si doveva mai sciupare: un punto a mio favore. 

Sai mamma, possiamo essere quello che vogliamo ora. Possiamo arrabbiarci perché l’adesivo non si  toglie e noi vogliamo vedere subito dentro, perché la vita è ingiusta o perché, a essere troppo  educati o timorosi dei giudizi altrui, ci si esaurisce; possiamo gridare e incolpare qualcosa o  qualcuno per cinque minuti, tanto ormai va così, e dentro casa nessuno ci sente. Prendo i libri acquistati e li lascio sul tavolo davanti a te che non li degni di un’occhiata. Secondo  me fai la dispettosa, lo hai sempre fatto, è il tuo modo di tenermi testa, io che ho scelto al posto tuo,  che mi sono permessa di decidere per te. Sei sempre stata indipendente, risoluta, piena d’inventiva,  raramente qualcuno poteva obbligarti a fare una cosa se già poco ti convinceva. Mi metto a leggere ad alta voce: “Dieci ochette nello stagno, corron presto a fare il bagno…”. Mi ascolti, lo percepisco.  

“Il maialino tutto rosa nel fienile si riposa…”.  

“Dorme beato il gatto bigio col suo pelo tutto grigio”…

Ti prendo la mano destra, trema un po’. Abbassi gli occhi, umiliata, per un millesimo di secondo sai  chi sono io e ti vergogni di essere un peso. 

Mi avresti accolta con una tazza di tè caldo per inzupparci le sfogliatine che tenevi nascoste per me, chiacchierando allegramente dei regali per i tuoi nipoti già pronti sotto l’albero.  L’apatia e il tuo silenzio ti hanno catapultato tra le ombre di demoni sconosciuti, impotente sospiro  ma subito dopo agisco. Porto le tue dita sopra quel velluto grigio appiccicato alla figura del gatto:  “G A T T O”, ti ripeto. La tua mente può reimparare, ne sono convinta; poco importa se non ti  ricordi che avevamo un gattino nero a casa nostra, facciamo finta che tu sia un bambino che deve  ancora conoscere il mondo. E allora ti mostro l’agnellino tutto bianco; porto il tuo dito indice sopra  la lana bianca della sua testolina buffa, poi quella più scura della sua mamma lì accanto, “P E C O R  A”, ti sussurro.  

Adesso sei tu mamma il mio agnellino; lo ero io per te, quando mi sentivo in pericolo, quando mi  nascondevo per paura. Io sono “mamma pecora”, starò con te dentro questo recinto immaginario che è la tua mente, osserverò i tuoi piccoli progressi e ti aiuterò a ridiventare grande, lasciandoti  assaporare questa nuova fanciullezza che ti rende dolce e fragile, allegra e imprevedibile, come una  tiepida giornata di primavera. 

(Quindici dicembre) 

Cammino piano, la strada che mi separa da te mi serve per riflettere, per trovare la pace e la  pazienza che tu ora meriti. 

Non è facile per chi ti sta accanto, papà ti sgrida, sempre; il tono della sua voce ti terrorizza,  nessuno riesce a farglielo capire. Non si fa scrupoli a rimproverarti, tu sei l’oggetto della sua rabbia  e non sente ragioni. Siete cresciuti insieme, la vostra unione dura da sessant’anni, eppure t’incolpa  di questa vecchiaia infelice, di avergli tarpato le ali, costringendolo a rimanerti accanto. Il mio bagaglio emotivo è già ricolmo ancor prima di arrivare; la vita non è stata gentile nemmeno  con me, tra sconforto e preoccupazioni mi sento svuotata e il suo atteggiamento mi fa infuriare. Devo mantenere la calma, ritrovare la morbidezza d’animo necessaria per farti sorridere almeno un  po’. Ripenso al profumo di borotalco dei miei figli dopo il bagnetto, alle fiabe raccontate nel  lettone, alle risate e alle coccole e lì trovo conforto. 

Oggi ho bisogno del contatto, ne ho necessità, quel filo invisibile tra madre e figlia che nessuno può  distruggere, più forte delle parole.  

Ti accarezzo i capelli, ti passo le dita tra quei fili sottili di un biondo ormai spento, poi ti bacio sulla  guancia. Tu ridi come una bambina. 

“Guarda mamma, l’ape sorride come te!”. Quell’insetto a righe gialle e nere se ne sta beato sopra  una grossa margherita. Da una finestrella esce una coccinella, da un’altra ecco spuntare Lalla la  farfalla.  

“Cos’è questa?”.  

“ E’ l’ape, tu sei allergica alle api” mi dici, “devi stare attenta”. 

Vorrei chiamare mia sorella per dirle che oggi hai capito, che non dimentichi tutto, che puoi  riscoprire il tuo passato. 

Giro la pagina e compare un bellissimo giardino. 

“Le rose… a te piacciono le rose”. 

“Papà te le comprava sempre, rosse, a gambo lungo”. 

“Adesso non me le compra più, devo stare buona o si arrabbia”.

Questo tuo grido di aiuto è un pugno nello stomaco, mi riporta alla realtà dei fatti, all’egoismo di un  padre, che già conoscevo e che ho tentato inutilmente di combattere, come te. Tu lo hai sempre  perdonato, ora invece lo temi. 

Non può essere il tuo castigo quest’angolo di mondo, nemmeno la tua amata casa deve essere una  prigione, voglio proteggere questo luogo confortevole in cui ti è ancora concesso rimanere.  Meriti di svagare la mente annebbiata dalla malattia, allora ti porto fuori prima che faccia buio e tu  annusi le foglie, le tocchi. Ti sfrego il rosmarino sotto il naso, il solletico ti riporta da me.  “Smettila!”. Io insisto e tu bonariamente mi spingi indietro, poi ti aggrappi a me per paura di cadere. Il roseto a primavera porterà a vita nuovi boccioli rosa cipria; ora s’inerpica sulla ringhiera e,  aspettando la fioritura, s’inchina all’inverno con pazienza, come dobbiamo fare noi mamma. 

(Venti dicembre) 

Le finestrelle della fattoria nascondono quattro pulcini; li abbiamo contati insieme: quattro  birbantelli tutti gialli in mezzo al fieno. Il cane riposa beato nel fienile mentre Timmy, il cavallino,  corre nel recinto. Oggi è venuta anche Carmen con me e vuole leggerti proprio questo vecchio libro. Tu adori tua nipote, adori i suoi riccioli e le accarezzi le guance dicendole che sembra una  bambolina di porcellana, Sai sempre chi è; ti illumini appena la vedi arrivare e la riconosci, forse  sarà la sua voce allegra, la sua innata predisposizione per l’insegnamento, la sua dolcezza… “Ce ne andiam, hip, hip, hurrà! Mai nessun ci fermerà, galoppando a briglia sciolta, sugli spiazzi  d’erba folta”,.. “Tra il gran fiume e gli altipiani, sulla pista degli indiani”… 

Questo cavallino felice e il suo piccolo amico Timmy ti piacciono tanto. 

“Ciaffe ciaffe brusca e striglia, come fosse una stoviglia, lava a destra lava a manca e ti vien la  pelle…”… “bianca” rispondi tu allegramente. 

Ci siamo godute ogni singolo minuto, anche il tuo sguardo oggi era compiaciuto. 

(Ventidue dicembre) 

Oggi non stai bene, queste piccole favole non ti danno conforto, non vuoi sentire ragioni. Ti aggrappi a me e poi cerchi di schiaffeggiarmi. Ti perdono mamma. Perdono anche tutte le volte  in cui da bambina mi hai picchiata, devo chiudere questo cerchio di sofferenza che mi perseguita. Non ti odio, non posso farlo, hai fatto a modo tuo, come ti è stato insegnato. Prego Dio che tu non comprenda il tuo destino, che tu possa rivedere i giorni più belli e assaporare i  ricordi più intensi, che papà ti riempia di carezze e ti tenga la mano, almeno alla fine del tuo  cammino. 

(Venticinque dicembre) 

Oggi è Natale, fuori c’è il sole, il cielo è senza nubi. Non mi va di festeggiare con un grande  banchetto, preferisco venire da te all’ospedale. Qui non si respira aria di festa, gli alberelli  addobbati nei corridoi non riescono a stemperare la tristezza che si respira. 

Non c’è quasi nessuno, arriveranno all’orario pomeridiano di visite. Io sono qui mamma e non ti  lascio sola. Ti porto alla bocca piccoli bocconi, ti parlo di Timmy, dei quattro pulcini, del roseto,  della canzoncina del sole e della luna che recitavi con me. I tuoi occhi sono spenti, il tuo sguardo  spaventato mi devasta; non ho potere contro la morte, ma posso tenerti forte la mano e leggerti  

qualcosa. Con voce pacata ti racconto, finché ti addormenti. Ti copro per bene, come si fa con un  bimbo nella culla, ti bacio sulla fronte e poi esco. Non sentirò più il tuo respiro, sarà l’ultima notte  coperta di stelle che mi parlerà di te.Tengo i libri cartonati stretti al petto, piango lacrime liberatorie.

(Sei gennaio) 

Hai la febbre alta, tieni gli occhi chiusi e chiami la tua mamma, la cerchi nei sogni, nei pensieri, nel  cuore.  

Immobile e spaventata, forse più di te, capisco che la morte sta bussando alla tua porta. E allora mi  avvicino al tuo volto, al tuo corpo arrendevole e gracile e canto la filastrocca che tanto hai amato:  “La luna nel cielo vestiti non ha, ma cambia colore un po’ come le va… e gira la terra, continua a  girar…. la luna ritorna e poi se ne va…”. Questo dolce canto alleggerisce il mio cuore e scaccia le  lacrime che vogliono sgorgare libere e copiose. 

(Sette gennaio) 

Te ne sei andata stanotte, spero al galoppo di un cavallo allegro come quello nel recinto, verso un  paradiso pieno di rose color cipria, pulcini gialli nascosti tra il fieno e un enorme prato fiorito. Ora sei in pace.  

Ti ho perdonata mamma e ora posso amarti davvero.

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